sabato, settembre 30

Reazioni 1.0 ed un Manifesto Media 2.0 che puzza di 1.5

La nascita recente di due quotidiani gratuiti a Londra - London Lite (del Daily Mail) e il the London Paper di News Corp. – riflettono una reazione nei media tradizionali che tentano di riconquistare un pubblico giovane e il trend crescente di giornali quotidiani come trend nei modelli business che hanno bisogno di andare oltre le vendite per sopravvivere. A tal proposito sono rilevanti il recente lancio di e-polis a Roma e la partnership tra Blogo, un network di Blog e Metro. Tutte le principali citta’ del mondo ormai hanno diversi titoli gratuiti.

Centrale a qualsiasi nuovo equilibrio sara’ il ruolo di Internet, e’ in rete che il quotidiano e’ rimasto indietro: "after twelve years of the consumer web, not a single example of breakthrough online innovation has emerged out of a newspaper company. Not in recruitment. Not in auto. Not in classifieds. Not in shopping, directory, new ad models, or content aggregation". Riassumendo non una delle principali innovazioni web degli ultimi 12 anni e’ partita da un quotidiano. L’affermazione e’ tratta dal manifesto “Vincendo Online” di Tom Mohr.

Mohr propone la creazione di un’azienda ombrello chiamata Switzerland Inc. per unire tutti i principali quotidiani del mondo, sfruttando economie di scala attraverso piattaforme comuni, collaborazioni/partnership ed un'integrazione verticale, non all’interno di una multinazionale ma tra conglomerati. Una domanda interessante che emerge dal tema: “Cosa accadrebbe se Switzerland Inc. togliesse a Yahoo! e Google l’accesso ai propri contenuti per tre mesi e negoziando poi, in seguito condizioni piu’ favorevoli? Questa e’ la forza del network”.

Dall’articolo emorgono diversi punti interessanti. Prima di commentarli, volevo girare ancora un pochino il coltello nella piaga dei media 1.0, dato che a mio avviso Mohr azzecca la conclusione (c’e’ mancanza d’innovazione tra i quotidiani), ma non la causa e di consequenza le proposte 2.0 finiscono fuori campo perche’ non mettono a fuoco il fatto che l’elemento innovazione e’ nella natura stessa dei media 2.0 (da sottolineare con pennarello super-spesso: cio’ non significa che tutto cio’ che venga etichettato come 2.0 sia innovativo, anzi la maggior parte delle idee sono come hamburger fritti e ri-fritti con finanziatori che occasionalmente girano la fettina sull'altro lato). Si parla quindi di innovazione potenziale nella natura 2.0.

Leggendo un articolo recente nel Financial Times che denunciava una mancanza di qualificazioni rilevanti nel web advertisement, parto per la solita tangenziale cercando di contestualizzare la natura della sfida (di trovare personale con qualifiche rilevanti) in un piu’ ampio panorama 2.0.

Esiste un gap tra un tempo reale 2.0 e le fonti d’informazione che dovrebbero informare e formare l’opinione degli attori principali. Se tali informazioni ed opinioni sono ritardate, in ultima istanza lo saranno le qualifiche e le esperienze. Analizzando dei dati )tratti da diverse fonti d’informazione) si nota un gap che si allarga man mano che l’informazione diventa approfondita (i tempi per approfondire sono ovviamente maggiori). Il trend, e’ integrale alla natura stessa della fonte e dei produttori d’informazione. Insomma e’ un problema insito ai media 1.0:

  • News giornaliere: notizie rilevanti agli ultimi sviluppi nel mondo teconologico sono pubblicate con giorni di ritardo rispetto, ad esempio, alla blogosfera. Il divario linguistico e’ spesso ancor piu’ ampio. Esempi: UnBox da parte di Amazon e’ apparso su un giornale Inglese una settimana dopo il lancio del prodotto. Il gap e’ ancora maggiore quando si tratta di start-up o aziende piu’ piccole, MySpace prima di essere acquisita da News Corp. era un’azienda piccola;


  • Opinione: approfondimenti ed opinioni in riviste e giornali appaiono settimane, se non mesi, dopo l’emergere del trend analizzato. Ad esempio qualche settimana fa il Financial Times ha esplorato il corporate blogging e come i blog siano centrali ormai a nuovi modelli business e ai media. In modo simile l’articolo di copertina di qualche settimana fa sull’Economist su come Internet stia cambiando la natura del giornale. Trends che vengono presentati come emergenti quando in realta’ sono notizia di ieri. La consequenza e’ che non solo il trend non e’ emergente, ma in relata’ evolve in modo rapido, pertanto i giudizi formati sono ritardati e non rilevanti. Gli attori che si fidano solamente di fonti maggiori hanno una visione distorta della realta’, non comprendendo appieno il cambiamento in corso e quindi non favorendo a loro volta un cambiamento rilevante: una mancanza d’innovazione;


  • La Consulenza: la ricerca sviluppate dalle grandi societa’ di consulenza generiche e’ spesso “scaduta” da mesi: Il McKinsey Quarterly (che ha articoli brillanti in altri settori) ha pubblicato da poco una ricerca intitolata “Profiting from Proliferation”, in pratica The Long Tail. La classifica delle previsioni dei trends del 2006 della Deloitte, lascia senza parole. Oppure il New York Times, che scopre il social shopping. Consequenza: grandi aziende che dipendono dalle opinioni di queste ricerce sono fornite con punti di vista che non sono all’avanguardia, di consequenza non lo sono nemmeno le decisioni strategiche che ne scaturiscono. Il cambiamento a spesso inefficace, quasi sempre lento: una mancanza d’innovazione;


  • L’Universita’: Facolta' di studi media (quali Scienze della Comunicazione) nella maggior parte degli atenei si basano su teorie, biblografie e risorse che sono emerse da tempo. Ad esempio un corso di politica economica dei mass media copre soprattutto le multinazionali, integrazione verticale e orizontale, e formati media tradizionali con Internet visto quasi come un trend emergente. Consequenza: una fotografia d’altri tempi; sfide e soluzioni irrilevanti sono spesso esplorate e dibattute; la ricerca rischia di non essere all’avanguardia; la maggior parte dei laureati/e non ha le conoscenze/qualifiche adatte per lavorare, ad esempio, nel web advertising: una mancanza d’innovazione.


Ovviamente esistono diverse eccezioni (soprattutto nelle universita’ e nella consulenza di nicchia), ma al di la di queste emerge un trend evidente, integrato nei produttori d’informazione e conoscenza, un gap che si allarga dall’universita’ alla consulenza, dalla rivista al quotidiano. Un divario che simultaneamente si stringe e lievita, e che conduce ad una mancanza di skills in settori rilevanti (quali la pubblicita’ online), ma soprattutto ad una comprensione senile di cio’ che dovrebb’essere inteso come cambiamento, essere all’avanguardia ed innovazione.

Tornando invece a Mohr:

  • Partnership e collaborazioni sono cruciali in economie di rete (ad esempio Federated Media), ma nella proposta di Mohr come si calcolerebbero e monetizerebbero gli spazi collaborativi e i beni specifici ad ogni partner? La collaborazione deve avvenire ai margine di una strategia non esserne il nucleo;


  • Un'economia di rete non e’ un’addizione (A+B+C…), ma un’equazione complessa dove valore e forza sono prodotte e realizzate da scale, ed ampiezza, tra legami e nodi;


  • Sempre in relazione ad economie di scala, ancor piu’ che un’integrazione verticale, la sfida principale per i media tradizionali e un’integrazione orizzontale: l’integrazione efficace di valore, conoscenza e contenuti ai margini, soprattutto da spazi creati da lettori/utenti, al di la di sezioni isolate o “commenta l’articolo” in modo integrali ad un modello d’innovazione. L’integrazione verticale e’ gia’ nel DNA di una multinazionale ed I suoi effetti scala hanno impatti ridotti in un contesto 2.0 (l’approccio Hollywood e Blockbuster vanno rivisti). Il ragionamento di Mohr non aggiunge molto a quello che sarebbe una fusione flessibile;


  • Il "Locale" si puo’ definire in rete, solamente che va inteso diversamente rispetto all’offline. Mohr, tenta di incastrare una nozione 1.0 di "local" in un modello 2.0;


  • La sfida e’ di rafforzare gli aspetti business di un modello d’innovazione in modi che permettano di monetizzare in modo efficace.
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Riassumendo a Mohr inciampa sulla definizione di Media 2.0, che andrebbe pensato come intuito attraverso mercati, reti, e community che creano valore, sociale, culturale ed economico, aggiunto e/o nuovo.

Questo articolo e la seconda parte di una seria su Media 2.0. Prima Parte.
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