lunedì, novembre 20

Una tassa Europea per la musica?

Il dibattito attorno alla gestione di diritti digitali (DRM), modelli business, di consumo, produzione e distribuzione e' sempre piu' attuale. In diversi articoli su La Tela ho toccato questi agormenti, soprattutto per evidenziare la fragilita'' del "modello iTunes" e la miopia dell'etichette musicali.

Il punto di partenza di Peter Jenner (ex-manager dei Clash e dei Pink Floyd) esordisce in modo simile in una recente intervista sull'Inquirer: "l'etichette musicali sono fottute, il DRM e' morto". Se continuano cosi', probabilmente, ha ragione: un'analisi del Times prevede che le vendite di CD calera' di circa il 50% nei prossimi anni.

La soluzione proposta da Jenner? Introdurre nell'UE una tassa, che emula il canone televisivo Britannico, di 4€/mese per tutti gli utenti di banda-larga e cellulari, pagando la quale si ha poi accesso libero a contenuti digitali. I dividendi verrebbero poi divisi tra le etichette musicali in base alla popolarita' delle canzoni downloadate.

Un'aberrazione economica:

  • L'approccio contraddice la teoria della "lunga coda" (ppt), favorendo una competizione per quote di mercato, servendo contenuti piu' popolari, ma oscurando talenti emergenti e ignorando micro-mercati e nicchie, che sono cruciali ai mercati web;


  • Di fatto e' una barriera all'accesso (anche alla banda larga);


  • Concordo con Michael Arrington che la tassa nel tempo potra' solamente crescera', con le etichette che non riescono a coprire le proprie spese, e di certo non scendera';


  • Soprattutto ignora il fatto che la distribuzione e il consumo di contenuti digitali ha costi marginali quasi nulli (a differenza della televisione come servizio pubblico), come sempre il punto chiave e' che l'etichette musicali ignorano l'economia dell'abbondanza e cio' di cui hanno bisogno, non e' una tassa, ma modelli business innovativi che sappiano monetizzare sull'attenzione dell'utente (che invece e' scarsa), con servizi ed entrate parallele al consumo e dalla condivisione di contenuti, e non dalla vendita, abbonamenti, tasse ecc... sui contenuti stessi.


Ovviamente l'etichette musicali non vogliono innovare o investire in cambiamenti, quindi propongono modi in cui cercano di generare profitti dal consumo, massimizzare, ragionando per semestre, il loro punto di vista lo capisco insomma, ma credo che il "mercato" nel tempo li punira'.

La cosa che mi fa tremare pero' e' la possibilita' di interventi protezionisti, anti-economici, come una tassa Europea, ovvero interventi artificiosi di chi non dovrebbe avere interessi finanziari da proteggere, e che anzi dovrebbe favorire il naturale sviluppo del mercato nel modo piu' efficace possibile e di proteggere il consumatore, di conseguenza favorendo/forzando la mano all'innovazione: errori istituzionali causati da interessi politici, lobby industriali, burocrazie mostruose, sussidi a catenella ed un'imbarazzante ignoranza di fondo che cercano di risuscitare modelli industriali morti o tenere in vita industrie in coma (...), anziche' seppelirle, costringendole a cambiare e a competere sulla base dell'efficienza e dell'innovazione.

Concordo soprattutto con Michael Arrington, quando si chiede come sia possibile che nessuno in Europa s'incazzi, ponga domande serie e si ribelli a questi ragionamenti stupidi.

Se potete, e siete d'accordo, condividete questa notizia e aiutiamo a stimolare un dibattito costruttivo in Italia.
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